Non me ne abbiano a male tutti gli estimatori di Saviano: anch'io ho amato il suo libro e penso di lui ogni cosa buona che sia possibile pensare di un eroe del quotidiano vivere civile.
Ma ho appena finito di vedere il film che ha strappato a Gomorra il podio della premiazione come miglior film straniero agli Oscar e ho capito perchè, sia andata così.
Semplicemente perchè è meraviglioso.
In sostanza, il film prende spunto da un ricordo, tanti anni dopo, di uno dei soldati israeliani che presero parte all'offensiva che portò all'epilogo del massacro dei campi di Chabra e Chatila: un'immagine surreale nel quale il soldato si vede uscire dall'acqua di un mare nero-inchiostro, nudi, lui e due suoi compagni, con il mitra Gail a tracolla; usciti dall'acqua si rivestono e prendono a marciare per strada, dove si vedono venire incontro delle donne disperate.
Verità, questa scena, come pensa di ricordare, una sorta di azione militare di cui non ricorda altro, o piuttosto una fantasia elaborata per motivi che non ricorda dal proprio cervello?
A partire da questo punto, viene raccontato secondo i vari punti di vista degli altri commilitoni che presero parte all'offensiva, lo scorrere di episodi, sprazzi di quei momenti, fino al tragico eccidio, all'olocausto finale in cui uomini, donne e bambini vennero trucidati a sangue freddo in una follia di odio e vendetta dai falangisti cristiani.
Il riferimento alla strage ad opera dei nazisti, non è affatto casuale, e riporta, alla fine del film, alla simbologia del ricordo iniziale: l'acqua, il male, inteso come male subito dai genitori nei campi di sterminio e adesso rivissuto, come oppresore, come nazista, dal protagonista, incapace di comprendere una cosa tanto immane, soprattutto.
Il finale abbandona i tratti del film d'animazione, per lasciare spazio alle riprese fatte realmente alla fine dei massacri, quando il comando israeliano decise che poteva essere sufficiente e, infine, decise di fermare la mano dei falangisti, troppo tardi e dopo troppi morti inermi.
Vi posso garantire che il finale, al pari di certe riprese girate sulle città irakene di recente, è un vero pugno allo stomaco.
Un film bellissimo, di una poesia intensissima, dolorosa, sia per i soldati israeliani che vissero quei giorni nella loro follia, sia per quelli che, vittime, invece, si ritrovarono nella conta dei caduti o fra i loro cari, in preda alla disperazione fra le strade.
Ve lo consiglio caldamente; se non lo avete visto, l'aver letto queste quattro righe non vi rovinerà nulla: gli eventi descritti nella trama sono fatti noti, questo non è un film da vedersi per una trama, ma per la traccia di emozioni che vi lascerà addosso alla fine.
Un Bacio, Ghy.
Ma ho appena finito di vedere il film che ha strappato a Gomorra il podio della premiazione come miglior film straniero agli Oscar e ho capito perchè, sia andata così.
Semplicemente perchè è meraviglioso.
In sostanza, il film prende spunto da un ricordo, tanti anni dopo, di uno dei soldati israeliani che presero parte all'offensiva che portò all'epilogo del massacro dei campi di Chabra e Chatila: un'immagine surreale nel quale il soldato si vede uscire dall'acqua di un mare nero-inchiostro, nudi, lui e due suoi compagni, con il mitra Gail a tracolla; usciti dall'acqua si rivestono e prendono a marciare per strada, dove si vedono venire incontro delle donne disperate.
Verità, questa scena, come pensa di ricordare, una sorta di azione militare di cui non ricorda altro, o piuttosto una fantasia elaborata per motivi che non ricorda dal proprio cervello?
A partire da questo punto, viene raccontato secondo i vari punti di vista degli altri commilitoni che presero parte all'offensiva, lo scorrere di episodi, sprazzi di quei momenti, fino al tragico eccidio, all'olocausto finale in cui uomini, donne e bambini vennero trucidati a sangue freddo in una follia di odio e vendetta dai falangisti cristiani.
Il riferimento alla strage ad opera dei nazisti, non è affatto casuale, e riporta, alla fine del film, alla simbologia del ricordo iniziale: l'acqua, il male, inteso come male subito dai genitori nei campi di sterminio e adesso rivissuto, come oppresore, come nazista, dal protagonista, incapace di comprendere una cosa tanto immane, soprattutto.
Il finale abbandona i tratti del film d'animazione, per lasciare spazio alle riprese fatte realmente alla fine dei massacri, quando il comando israeliano decise che poteva essere sufficiente e, infine, decise di fermare la mano dei falangisti, troppo tardi e dopo troppi morti inermi.
Vi posso garantire che il finale, al pari di certe riprese girate sulle città irakene di recente, è un vero pugno allo stomaco.
Un film bellissimo, di una poesia intensissima, dolorosa, sia per i soldati israeliani che vissero quei giorni nella loro follia, sia per quelli che, vittime, invece, si ritrovarono nella conta dei caduti o fra i loro cari, in preda alla disperazione fra le strade.
Ve lo consiglio caldamente; se non lo avete visto, l'aver letto queste quattro righe non vi rovinerà nulla: gli eventi descritti nella trama sono fatti noti, questo non è un film da vedersi per una trama, ma per la traccia di emozioni che vi lascerà addosso alla fine.
Un Bacio, Ghy.







